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La peggior settimana della mia vita

cuore

Dopo la notizia terribile, ho passato il weekend più brutto della mia vita. Non c’erano parole, persone, cose, pensieri che potessero aiutarmi ad uscire dal tunnel nero nel quale ero stata scaraventata nel giro di un amen. Il divano era diventato il mio nascondiglio perfetto, confusa e mimetizzata tra i cuscini, col televisore acceso sui programmi più improbabili.

Lunedì 10 marzo 2014, ore 11, Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi, Dottoressa Rustico. Suonava un pò come una marcia funebre. Un canto del cigno.

Il lunedì, puntuale, ci sediamo nella sala d’attesa al primo piano, davanti alla porta di accettazione. Quando chiamano il mio nome, guardo le gente in attesa, sorridente, le future mamme che, ignare, sorridono e si accarezzano la pancia. E sì, lo devo ammettere, provo invidia e rabbia. Tanta rabbia. Perché deve succedere proprio a me?

Entriamo nella sala ecografia. La Dottoressa Rustico ci fa accomodare, inizia a farmi mille domande, consulta la documentazione, parla, parla, parla. Non capisco quasi niente di quello che mi dice. Le mie orecchie non sentono. Sono mercanti in un bazar troppo affollato e rumoroso.

Mi fa sdraiare sul lettino e comincia a passare la sonda: destra, sinistra, destra, su, giù. E ancora.

Sì, il gemello di sinistra ha troppo liquido, mentre quello di destra troppo poco. Soffrono della Sindrome TTTS al secondo stadio.

Entra un altro ginecologo, anche lui passa la sonda e commenta tra i denti che è proprio così. E’ stata brava la sua dottoressa a riconoscere la sindrome.

Brava? Ma chi se ne frega!!!! Ditemi cosa devo fare, penso tra me e me.

Terminata la visita, la Dottoressa mi guarda e mi chiede se mi sono informata sulla Sindrome. No, non mi sono informata. Ho tentato, inutilmente, di ignorare la cosa. Ho pensato che prima o poi qualcuno mi avrebbe detto che no, si erano sbagliati, era tutto a posto.

Mi guarda con occhi freddi: signora, chiunque si sarebbe documentato su internet. Io no, le rispondo, io mi fido di quello che mi viene detto. La laurea mica la regalano ai medici, almeno spero. La risposta non le piace. Poi, pian piano, addolcisce le parole e il tono di voce. La situazione è brutta, ma potrebbe essere peggio. Adesso legga con attenzione l’informativa sull’intervento al laser che dobbiamo fare per cercare di salvare le sue bambine.

La guardo con occhi vacui, bovini quasi: è proprio necessario fare un intervento?

Lei sta chiedendo ad un medico se, nell’eventualità di una morte quasi certa, è proprio necessario tentare di salvare almeno una delle due vite. Si, lo è.

Usciamo ed entriamo in una sala d’aspetto con il foglio in mano.

Le mie bimbe condividono la stessa placenta. Questa sindrome non colpisce i gemelli dizigotici. Volete sapere qual è la percentuale di casi in cui si manifesta questa problematica? Si ritiene che questa complicazione interessi circa il 10-15% dei gemelli identici. Che fortunelle che siamo! Certo, ci sono altre complicanze forse peggiori rispetto a questa, tuttavia, non sono sollevata per niente. Il trattamento laser cui devo sottopormi per cercare di salvare le bimbe chiuderà le anastomosi placentari (sorta di canali di comunicazione tra una sacca e l’altra), in modo che ognuna produca il liquido per se stessa, senza passaggi da una all’altra.

Per i rischi dell’intervento, riporto qui di seguito una spiegazione scientifica:

Il rischio di rottura delle membrane dopo il trattamento laser è 10%. La sopravvivenza di tutti i feti dopo il trattamento laser è del 75%.Raddoppiare la sopravvivenza nel 54%, almeno un sopravvissuto nel 27% e nel 19% dei casi non ci sono sopravvissuti. L’età media di gestazione al momento del parto è di 33 settimane. Il cambiamento di paralisi cerebrale è del 7%.
Diversi studi hanno dimostrato che il trattamento laser per TTTS non è sempre efficace e fallimento può portare a gravi complicazioni. Fino al 33% delle placente trattati con laser può ancora avere anastomosi residue. Queste anastomosi residue possono portare a diverse complicanze ematologiche, tra cui la doppia sequenza di anemia, policitemia (rubinetti). 

Capirete bene come possa essermi sentita dopo aver letto che, a fronte di un intervento che non volevo fare, si sarebbe potuta verificare la possibilità che non servisse a niente.

Entra un tirocinante. Sbatte la porta. Mi guarda un pò imbarazzato. Signora, il ricovero è previsto per domani mattina alle 8Venga a digiuno per poter fare gli esami necessari pre-ricovero.

Comincia con una serie di domande infinite. Alle quali rispondo con lacrimoni silenti che mi scorrono sulle guance, si fermano sul mento, prima di spiccare il volo verso la pancia. Sulle mie bambine. Che per tutto il tempo sono state buone buone, ferme immobili. Appena qualche giravolta lieve. Anche loro hanno percepito la solennità del momento. Anche loro, come me, hanno paura.

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La seconda ecografia, che emozione!

Sapere di essere incinta è una cosa, ma incontrare il proprio bambino di “persona”, poterlo vedere e sentire è un’emozione indescrivibile che certamente molte di voi potranno ben comprendere.

Il gel freddo e impersonale spalmato sull’accenno di pancia, il monitor che improvvisamente prende vita e quel TUTUM, TUTUM, TUTUM da cavallo imbizzarrito che anima l’ambiente…che dire, ho iniziato a piangere di gioia. Singhiozzi forti e continui, tanto che la ginecologa mi dice: signora, stia un pò zitta, altrimenti non riusciamo a sentire niente!

Zitta io? Ah! Nessuno è mai riuscito a zittirmi, tranne il mio piccolo, dolce angioletto.

E la misurazione del piccolo? Che dire dell’emozione provata quando la dottoressa ha misurato il bimbo/a dicendomi: è lungo 1,41 cm. Ed io ho subito pensato: ma come fa questo esserino piccolo piccolo a provocarmi nausee così potenti che nemmeno dopo aver mangiato 4 fette di sacher una dietro l’altra?

Con me c’era anche Andrea. Se la mia emozione era pari a 10, la sua la superava di gran lunga: occhi lucidi, atteggiamento da duro col cuore tenero. Ha subito preso il cellulare per registrare tutto, con piglio da grande cameraman.

E’ proprio vero, la gravidanza rende belle le donne e stupidi i padri. In senso positivo, ovvio.

A fine visita la ginecologa mi guarda e mi dice: signora, lei quando partorirà avrà 35 anni. Sarebbe il caso per lei di pensare seriamente a fare l’amniocentesi. Sa, il bimbo/a potrebbe avere dei problemi. Ci pensi e mi faccia sapere entro la prossima visita, così prenotiamo. Gliela farò io in ospedale. Ci sono dei rischi, certo, ma io le consiglio di farla.

Usciti dalla sala tracciato Andrea mi guardava come se fossi la Madonna…si, proprio come un suddito guarda la sua regina.

Ragazze, godetevi ogni singolo istante e atteggiamento di sudditanza dei vostri compagni perché, ve lo posso assicurare, sono momenti bellissimi in cui potete chiedere e ottenere tutto. Ma soprattutto, sono momenti che non tornano più.

Banale, forse, ma vero.

Intanto io, invece, pensavo con tristezza e timore crescente a quell’esame invasivo che mi aveva consigliato di fare.

Ma come: dopo aver speso tanto tempo e aver sperato di rimanere incinta, dovrei mettere a repentaglio la vita che porto dentro di me? A che prezzo? Non vi nascondo che questo pensiero mi ha accompagnata giorno e notte, fino al momento di decidere cosa fare.

Ma questo, lo racconterò in un prossimo post.