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Mare mare mare

Il salato profumo del mare

Forte forte vi farà cantare. 

La spiaggia ghiaiosa e cocente

Presto e lesta diventerà il vostro campo di battaglia

Coi cappellini che cercherete di strappare

Via, più veloci della risacca del mare,

Paletta, secchiello e braccioli, per un tuffo nell’estate tutta da vivere.  

Mille occhi controlleranno le manine veloci e pronte a far delle pietre succose caramelle, 

Cento i tuffi che chiederete ridendo di fare, ancora e ancora, in questo limpido mare. 

E poi via, alla scoperta dei carruggi stretti e acciottolati, per le strade e le piazzette,

Lungo vicoli e chiesette. 

Arroccate e colorate, attraverso parchi e giardini, nella città del sole e dei limoni. 

Però, ti prego, caro amico gabbiano, per quest’anno lascia stare, niente cacche o deiezioni, ché le bimbe son diavoletti 

E se ti prendono, Attila e sua sorella, tosto tosto rischi di finire in padella. 

Menton, nous arrivons! 

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Due anni fa oggi: la prima notte a casa

Continuano, i ricordi, a bussare alle porte della mente. La notte tra il 21 giugno e il 22 fu la nostra prima notte a casa, insieme. Un misto di ansia, euforia, paura, senso di inadeguatezza. Ce l’avrei fatta a prendermi cura di voi? Sarei stata in grado di gestirvi come in ospedale? Avrei saputo infondervi tranquillità e sicurezza? Quelle che a me mancavano? 

Dopo la poppata di mezzanotte il dilemma: dove le sistemo? Porto la carrozzina in camera? O la lascio nell’ingresso? Con le porte aperte e le orecchie all’erta, pronta a cogliere un qualsiasi minimo singulto? Poi la decisione: dopo settimane separate, voi al quarto piano, io al primo, voi in TIN, io in Pediatria, no. Non vi lascio. E così abbiamo dormito vicine, io sul divano, voi nella carrozzina di fianco a me. Ed è stata una notte lunghissima. Una delle prime notti davvero insonni. Un continuo rigirarsi, lanciare versetti gutturali (Ludovica), frignettare (Veronica), russare (Andrea), tossire (mia mamma), scalciare mugolando (Flash). E io, col respiro lieve e corto, ché se avessi fatto troppo rumore, di quelli che ti rimbombano nelle orecchie, magari avrei rischiato di non sentirvi! 

Quella notte tra il 21 e il 22 giugno non ho quasi chiuso occhio. D’improvviso capii il significato delle parole dell’infermiera Michela: signora, auguri, soprattutto Ludovica “chiacchiera” tutta la notte! Ho compreso cosa intendeva: la mia piccola (bé, tutte e due in realtà), soffriva già di colichette ed emetteva suoni e lamenti continuamente, senza posa. 

Intorno alle 4 ricordo che, stremata, decisi di prenderla con me, pancia contro pancia, pugnetti piccoli a sfiorarmi la faccia, capelli finissimi a solleticarmi il mento. E abbiamo dormito così, noi due, insieme. Ed è stata una delle notti più belle della mia vita. Della mia nuova vita da mamma. 

L’inizio di un meraviglioso viaggio insieme. Che ancora prosegue, tra alti e bassi. Buon secondo anniversario a casa, ragazze. Vi amo tanto, Gem, continuate a tenermi per mano, a tenervi per mano. 

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Dentistrocca, la filastrocca dei dentini  

  Cari amici miei dentini 

Quanto siete belli e carini

Spuntate un po’ per volta, qua e là 

Mai tutti insieme, ma chissà

Chissà perché non vi date da fare

Non dovete mica attraversare il mare?!

E la mamma poverina se ne sta chiusa in cucina 

A pregare l’angioletto che da sopra faccia il botto

Un due tre, veloci lesti, 

Uscite fuori dalle piccole pesti

Che a furia di urlare non san più nemmen parlare

‘Sto supplizio ha da finire 

Tutti quanti voglion dormire

Ed accogliere con gioia

Tutti i denti della storia!

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Invidia della pancia

Oggi abbandono la vena polemica (ma non per sempre eh?), per ritornare alle origini. Ai ricordi e alla melancolia. Parliamo della pancia. Non l’epa ne’ la trippa da gran bevitore di birra ma nemmeno quella del leggendario santo bevitore. 

  No, parlo della pancia da donna incinta. Ne ho ricordi ancora molto vividi e legati a stretto giro ad una punta di malinconia. Me lo dicevano. Ma non ci credevo. Ti mancherà il pancione vedrai, manca a tutte le mamme. Io no, non proverò la stessa sensazione di perdita. E invece, poi, come una cretina ci sono cascata pure io.

Quando guardo le bimbe immancabilmente penso a come era bello quando eravamo solo noi tre, insieme. Vivevamo in simbiosi, singhiozzi con singhiozzi, giravolte e calci, pugni e carezze. Quando lievitando ero arrivata a prendere le sembianze di un pallone aerostatico, pensavo solo al momento in cui, finalmente, sarei stata in grado di allacciarmi le stringhe da sola, di entrare nella vasca da bagno senza aver bisogno di una gru, di alzarmi dal divano in piena autonomia. 

Poi, visto anche il cesareo d’urgenza, ho cambiato idea. La pancia mi è mancata subito, dal giorno dopo. Le bimbe non erano più solo mie, ma sottoposte agli attacchi esterni. 

Ora, quando mi capita di incrociare per strada delle future mamme, che sfoggiano pancette appena accennate o pancioni da fine gravidanza, con espressioni che spaziano dalla gioia all’insofferenza, non riesco a non provare una punta di invidia e di rimpianto. E purtroppo fa parte del mio carattere e della persona che sono: apprezzo davvero le cose solo quando non le ho più. 

Ma così è, se vi pare, e per me vale sempre. E adesso che ho a che fare con un altro tipo di pancia, mi vengono in mente le parole di un’amica: l’unica pancia bella da vedere è quella delle donne incinte. Tutto il resto è noia. E dieta, aggiungo io.