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Tenaglie che stritolano il cuore e l’umore

psicoterapia-depressione-2Depressione post-parto. Brutta bestia. Bruttissima. Io ne ho sofferto per un bel pò. Non so se ne sono uscita, ma ora va decisamente meglio. Nel senso che non vedo più la mia condizione di mamma come una prigione e non voglio più mettere fine a tutto.

Non voglio sembrare drammatica (anche se spesso, in passato, sono stata chiamata Drama-Queen per la mia propensione proprio al drammatizzare le situazioni), ma solo raccontare la mia esperienza. La settimana dopo il taglio cesareo, passavo da momenti di euforia e gioia incontenibile a momenti cupi. Più neri della notte senza stelle. E il pianto. Il pianto era una condizione perenne, costante. In camera, senza farmi vedere dalle ragazze con cui condividevo lo spazio, piangevo lacrime di disperazione pura. Il motivo principale che mi spingeva era il fatto di dover rimanere cinque settimane in ospedale. Vedevo le altre mamme che portavano i loro bambini in camera. Li abbracciavano, li cullavano, dormivano con loro. Piccole testoline appoggiate ai petti. Io non potevo farlo. Le mie erano chiuse nelle scatole.

Sentivo le mamme che, all’avvicinarsi delle culle dopo la visita pediatrica, dal pianto riconoscevano i loro piccoli. Io no, io riconoscevo il bip-bip del monitor quando la saturazione d’ossigeno scendeva.

Vedevo la miriade di parenti che ogni giorno venivano a trovare le neo-mamme, complimentandosi con loro, ninnando i piccolini. E loro, giustamente fiere, che sorridevano mostrando a tutti i loro tesori. Io no. Io non potevo farle uscire che per mezz’ora al giorno ognuna. E rigorosamente da sola. O con Andrea. Nessuno dei miei parenti ha potuto vedere le bambine prima dell’uscita dall’ospedale.

Certo, ricevevo visite. Ma molto più spesso mi sono sentita dire cosa veniamo a fare? tanto le piccole non si possono vedere!

Mi sembrava di essere in un incubo. Da un lato ero felicissima che Ludovica e Veronica stessero bene e che stessero crescendo gradualmente. Dall’altro, mi sentivo come un condannato. Imprigionato in un posto dal quale non potevo uscire. Avete idea di cosa significhi stare cinque, lunghissime settimane in un ospedale? Un posto che, volente o nolente, sarà la vostra casa? Beh, ne ero angosciata. E, come unico sfogo, piangevo. Di un pianto incontrollabile, ma non liberatorio. Piangevo un pò per tutto. Ma, sopra ogni cosa, ho passato dei momenti in cui ho desiderato di morire. Di buttarmi dalla finestra del reparto.

Mi sembrava l’unica soluzione possibile per mettere fine alla mia sofferenza. Le piccole stavano ormai bene. Potevano crescere anche senza di me. A posteriori, posso dire che ero una pazza a pensarla così. Dopo tutti i sacrifici fatti, le pene passate, gli sforzi, come potevo aver pensato anche solo per un attimo di uccidermi?

La depressione post-parto porta anche a questo.

Non che fossi da sola, per carità. Mia mamma veniva da me al mattino e mi teneva compagnia fino a pomeriggio inoltrato. Poi arrivava Andrea e insieme andavamo dalle piccole. Ma arrivava sempre il momento in cui rimanevo da sola.

Ad una settimana dal cesareo mi comunicano che devo spostarmi. Sono stata ufficialmente dimessa, ma non posso lasciare l’ospedale. E, siccome non sono più una paziente e loro non separano le mamme dai figli, mi danno un posto letto nel reparto di pediatria, al primo piano. Stanza delle nutrici. Potrò continuare a vedere le bambine quando voglio, solo dovrò fare qualche passo in più.

Preparo le mie cose come un condannato a morte all’ultimo stadio. Mi accompagnano nella mia nuova camera: 3 letti, un tavolaccio, due armadietti, tre sedie. E un bagno privato. Almeno quello. Pareti dipinte di un verde brillante, quadri di cartoni animati alle pareti, fatti coi puzzle. E due grandi finestre che danno sugli alberi, ma non si possono aprire.

Il posto che più ho odiato in quelle quattro settimane. Lì si che ero sola. Non potevo ricevere visite, se non nel reparto di ostetricia, dove però non avevo più un posto letto. Per cui, se volevo, potevo incontrare eventuali visitatori nel giardino esterno dell’ospedale o nella sala d’attesa del reparto.

Se già uno si sente solo, figurarsi in un posto così. Ringrazio l’ospedale di Busto Arsizio per avermi dato una sistemazione, per carità. Tuttavia al momento mi sentivo davvero come una reietta. Dovevo consumare i miei pasti da sola e non potevo portare nessuno in camera.

Il Primario di Ginecologia che ha seguito il mio caso mi disse che se lo volevo potevo richiedere un supporto psicologico. Non ho mai voluto. Mi sono curata, sì, ma non ho mai parlato con uno specialista in ospedale. Non volevo che qualcuno mi facesse domande personali, senza essere minimamente interessato a me.

La sensazione più brutta, in quel periodo, è stata quella di sentirmi un guscio vuoto. Finché portavo le bambine dentro di me, mi sembrava di contare qualcosa per gli altri. Dopo il parto, mi sono sentita svuotata. Una scatola vuota. Ormai priva di ogni attrattiva per coloro i quali prima mi avevano idolatrata. E che ora non mi consideravano più. Ormai avevo fatto il mio dovere.

Come ne sono uscita? Beh, con una terapia farmacologica adeguata e il supporto medico di una bravissima psicologa che ho contattato di persona. A lei e a chi mi è stato vicino, voglio dire grazie.

Grazie anche alle mie tigrotte. Che pur percependo che la mamma non stava bene, mi hanno sostenuta come solo i neonati sanno fare. Esistendo.

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